Sanremo amarcord, "L'immensità" di Don Backy, capolavoro senza tempo

Una canzone entrata nella storia del nostro pop che emoziona ancora oggi. E' stata lanciata al Festival nel 67 da Don Backy, autore di razza. Le versioni di Mina e dei Negramaro di un brano ancora attuale

Don Backy

Don Backy

Francesco Troncarelli 4 febbraio 2018

 


Sono 1860 i brani che nel corso di 67 anni sono stati presentati al Festival della canzone italiana, come veniva chiamato una volta Sanremo. Una cifra enorme ma che raramente ha prodotto “la” canzone senza tempo, al di là della vittoria o meno ottenuta o della categoria in cui sia stata lanciata, ovvero Big e Nuove proposte. La maggiorparte dei pezzi sono passati inosservati quando sono stati eseguiti, figurarsi chi li ricorda ora, altri invece, pur vincendo, sono caduti nell’oblio, dimenticati come i loro interpreti.


Ci sono poi quelli che invece sono ricordati tutt’ora, e non solo perché i loro autori od esecutori vengono chiamati a riproporli nei vari programmi che cavalcano la nostalgia e il vintage o in quelli che pur occupandosi dell’attualità, guardano allo ieri per ravvivare ascolti e share, ma perché sono meritevoli di essere riascoltati, perché regalano ancora emozioni, perché nonostante il tempo sia passato sembrano ancora attuali. Il fascino della musica del resto è proprio questo, coinvolgere a prescindere dal tempo, suscitare emozioni e scuotere gli animi di chi ascolta senza tenere conto di quando quel brano sia stato composto.  


E questo vale anche e soprattutto per Sanremo, dove più di una volta non conta se una brano abbia vinto perchè entri nella storia del nostro pop, ci sono gemme infatti che brillano di luce propria e continuano a brillare pur non essendo arrivare in finale o sul podio. “L’immensità” di Don Backy è una di queste perle, un capolavoro senza tempo che ha superato la barriera generazionale di riferimento arrivando ai giorni nostri.


Venne presentato al festival del 67, edizione passata alla storia per la morte di Luigi Tenco e vinta da Claudio Villa e la Zanicchi con un classico come “Non pensare a me”, che vide partecipare un gruppo di brani di notevole impatto e di qualità superiore alla media come “La musica è finita” cantato dalla Ornella Vanoni e Mario Guarnera, “Cuore matto” da Little Tony e Mario Zelinotti, “Pietre”da Antoine e dal suo autore Gian Pieretti, “Proposta” (Mettete dei fiori nei vostri cannoni) dai Giganti coi Bachelors e “Bisogna saper perdere” dai Rokes e Lucio Dalla.  


“L’immensità” fa parte di quel gruppo di pezzi indimenticabili del festival, ma si staglia da tutti gli altri, perché a più di 50 anni dalla sua uscita emoziona e coinvolge chi ascolta per la sua melodia trascinante, per il suo testo intenso e vibrante e per la sua bellezza intrinseca. E’ una canzone insomma che è entrata nell’immaginario collettivo che tutti conoscono e non si stancherebbero mai di ascoltare. 


L’ha composta Don Backy, artista a tutto tondo emancipatosi grazie al rock da un destino da conciatore di pelle legato alla tradizione della sua città, Santacroce sull’Arno, per diventare con notevole successo, attore, pittore, scrittore e disegnatore di fumetti oltre che ovviamente cantante. Un personaggio dello spettacolo di notevole spessore, penalizzato nella sua carriera per il suo carattere anticonformista e schietto, tipicamente toscano, ma soprattutto per essere fuori dai giri che contano per una scelta di vita.


 



In quel periodo Don Backy era al Clan di Celentano e tra i tanti cantanti che facevano parte di quel sodalizio, lui era una sorta di luogotenente del Molleggiato per il quale aveva scritto il testo di un suo grande successo “Pregherò” e col quale tra l’altro era comparso nel film “Totò, monaco di Monza” (nella foto) dove insieme cantavano la sua canzone “La carità”. Conosciuto al grande pubblico per alcuni dischi, era in attesa della grande occasione per spiccare il volo definitivamente.


E l’opportunità al bravo Aldo Caponi (questo il suo vero nome), capitò dopo aver scritto “L’immensità” perché il pezzo venne selezionata da Gianni Ravera per partecipare a quel Sanremo del 1967. A cantarla con lui, (a  quei tempi era prevista la doppia interpretazione), Johnny Dorelli, già vincitore di due festival con “Volare” e “Piove” di  Modugno e molto amato dal pubblico per le sue qualità di intrattenitore e conduttore di “Gran Varietà”, programma radiofonico cult della domenica.


Due artisti diversi fra loro per stile e storia professionale che sul palco del salone delle feste del Casinò sanremese, fornirono due esecuzioni differenti. Tipicamente da crooner, quella di Dorelli, interpretata nel suo inconfondibile stile confidenziale e sensuale, emotivamente più asciutta e vissuta quella di Don Backy, capace di dare un’anima al brano e di vibrare fisicamente al pari della musica che sale di tono.


Il diverso approccio al pezzo peraltro, lo si può constatare dai vari video esistenti, ma soprattutto dal filmato della finale che è stato recuperato dalla Rai, dove si vede Dorelli che durante le prove canta in maglione con le mani in tasca da professionista avvezzo qual era a partecipare a gare, recital e quant’altro, al contrario di Don Backy che appare sempre teso. Il mercato allora premiò la popolarità e la bravura di Dorelli (oltre un milione di copie), nel tempo però, la versione di Don Backy che comunque entrò in classifica, è diventata un longseller, un classico che regge l’usura del tempo, proprio perchè più sentito e più partecipato. Non a caso è stato riproposto anche recentemente da svariati artisti, da Mina alla Nannini, da Renga ai Negramaro.


Don Backy infatti vive in prima persona la sua canzone, in una simbiosi perfetta che ne esalta il testo e lo rende addirittura attuale. Ed è proprio questa la chiave del successo intramontabile de “L’immensità”, la particolarità che lo contraddistingue da tante altre canzoni di quel periodo. Quel trattare di temi universali (la solitudine, l’infinito..) e non di cuori spezzati e labbra da baciare è la differenza e al tempo stesso la caratteristica che fa di questo brano un pezzo moderno e non legato ai “favolosi Sessanta” e che quindi gli consente di mantenere la sua immediatezza anche ai giorni nostri. 


 


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