Lucio Battisti, 75 anni di un mito

Il cantautore oggi avrebbe compiuto gli anni. Ha indicato la via italiana al rock e ha rivoluzionato la nostra musica. I suoi successi indimenticabili e il divieto della vedova al loro utilizzo

Lucio Battisti

Lucio Battisti

Francesco Troncarelli 5 marzo 2018

Probabilmente i suoi capelli sarebbero bianchi, sicuramente corti e con qualche ricciolo sulla fronte ma lo sguardo sarebbe sempre quello, malinconico e dolce con quei grandi occhi da curioso del mondo. Ma chissà come sarebbe veramente Lucio Battisti che oggi avrebbe compiuto 75 anni.


Nessuno può dirlo, anche perché di lui già quando era in vita, non esistevano foto aggiornate, causa il volontario esilio dal circo Barnum dello spettacolo in cui si era chiuso. Gli scatti che lo ritraevano e che sono rimasti negli archivi infatti, erano fermi ai primi anni Settanta, a quel foulard a fiori e a quella capigliatura folta e arruffata come andava di moda in quel periodo di camicie coi collettoni e pantaloni a zampa d’elefante, che sono rimasti poi nell’immaginario collettivo insieme alla sua musica veramente senza tempo. 


Perché Lucio Battisti è stato ed è un mito assoluto della nostra musica, un grande protagonista della scena artistica del Novecento, un talento allo stato puro capace di cantare il quotidiano e il privato senza mai cadere nel banale o nella retorica, sui testi dell’amico e compagno di viaggi Mogol e capace di rivoluzionare la melodia italiana grazie alle sue passioni per il rhythm ‘n bluses (da cui aveva preso in prestito “le discese ardite e le risalite”), per Bob Dylan, Otis Reding, Jimi Hendrix e gli Animals.  


Un artista al di fuori dagli schemi, sia dal punto di vista personale perché diceva no alla mondanità e all’apparire, sia da quello creativo, perché stravolgeva con la sua produzione la canzone tradizionale che dettava legge. Basti pensare a pezzi come “Balla Linda” dove iniziava con un ritornello o a “29 settembre” che non ha il classico inciso.


Lucio Battisti ha indicato la via italiana al rock ed è stato per la nostra musica quello che i Beatles sono stati nel mondo a livello musicale, è stato un genio delle sette note e della perfezione maniacale nell'esecuzione dalla voce particolare, priva di vibrato e che nella sua asciuttezza poteva sembrare addirittura stonata, quando invece era solamente sua, moderna, unica, a tratti straziante a tratti ammaliante.


Aveva cominciato giovanissimo a suonare la chitarra, regalo del padre Alfiero per l'agognato diploma ottenuto con difficoltà. A 19 anni era ad Ischia coi napoletani Mattatori, poi a Roma alla Cabala tra cha cha cha e standard americani coi Satiri del re dei night Enrico Pianori. Poi l’incontro determinante con Roby Matano e il trasferimento a Milano nel suo gruppo i Campioni che accompagnava Tony Dallara, che preannunciò la svolta della sua carriera. Fu una discografica di origini francesi Christine Leroux, moglie del Mago Zurlì Cino Tortorella a scoprirlo e a portalo alla Ricordi facendolo incontrare con Mogol.


Nacque così un sodalizio che dal 1966 al 1980 regalerà a un pubblico trasversale, brani destinati a restare nella storia del pop dopo aver dominato a lungo le classifiche ed emozionato generazioni su generazioni, arrivando ai giorni nostri con il loro fascino immutato e con la freschezza del primo ascolto.


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“Per una lira”, "un'avventura", “Io vivrò senza te”, "Non è Francesca”, “Acqua azzurra, acqua chiara”, “Dieci ragazze”, “Mi ritorni in mente”, “7 e 40”, “Fiori rosa fiori di pesco”, “Il tempo di morire”, “Emozioni”, “La canzone del sole”, “E penso a te”, "Innocenti evasioni”, “La compagnia”, “I giardini di marzo”, “Comunque bella”, Il mio canto libero”, "La luce dell’Est”, “Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi”, “Il nostro caro Angelo”, “Anche per te”, “Ancora tu”, “Amarsi un po’”, “Una donna per amico”, Sì viaggiare”,  “Con il nastro rosa”, “Una giornata uggiosa”, un repertorio immenso a cui si devono aggiungere le canzoni scritte per altri artisti, come ad esempio “Insieme” ed “Amor mio” per Mina, “Il paradiso” per Patty Pravo, "29 settembre" perl'Equipe 84 e “Vendo casa” per i Dik Dik.  Tante gemme di un canzoniere indimenticabile e coinvolgente, a ciascuno la sua, ad ognuno il suo Lucio a cui è legato per una storia vissuta, un momento della propria esistenza, un avvenimento da ricordare.


Poi venne il Battisti dei dischi bianchi e dei testi ermetici con Pasquale Panella, “Don Giovanni”, “La sposa occidentale”, “Hegel”, album di grande qualità ed in linea con quello che era ormai diventato, ovvero un solitario col culto dell’assenza, del non esserci, lontano dai giri e dai clamori del mondo dello spettacolo proprio come aveva dichiarato qualche tempo prima nell’ultima intervista rilasciata prima di chiudersi in un mutismo crativo: “Devo distruggere l'immagine squallida e consumistica che mi hanno cucito addosso. Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L'artista non esiste. Esiste la sua arte ».


E così fece, perché dopo il celebre duetto con Mina in televisione a “Teatro 10” del 72, non si mostrò più, tranne per una sporadica apparizione nell’80 (l’ultima) alla Tv Svizzera. Un isolamento dalla comunicazione in cui aveva deciso di parlare solo attraverso le sue canzoni.


Una scelta di vita che fu coadiuvata e appoggiata dalla moglie, l’ex segretaria del Clan di Celentano Grazia Letizia Veronese che specialmente dopo la sua morte ha fatto e fa di tutto per isolarne la figura e l’opera dalla memoria del pubblico e di quanti lo hanno amato, vietando celebrazioni e relativo utilizzo dei suoi brani, quello che invece succede regolarmente per altri grandi come Dalla, De Andrè e Pino Daniele.


Una discutibile negazione di un patrimonio che potrebbe rischiare di essere dimenticato (la sua discografia è assente dalle piattaforme di streaming usate dai millenians), ma che per fortuna è ancora vivo, nonostante siano passati venti anni dalla scomparsa del cantautore di Poggio Bustone avvenuta a settembre del '98, come dimostra l’affetto e la nostalgia che sta contagiando un po’ tutti in questi giorni in cui si celebra il suo anniversario.  


E oggi che è il suo compleanno, lo vogliamo ricordare con uno dei suoi pezzi più belli e intensi, tornato peraltro d’attualità come coinvolgente colonna sonora dei fine gara delle partite all’Olimpico della Lazio, che è i “Giardini di marzo” intonato a gran voce dai tifosi che crea un'atmosfera magica.   


Un pezzo chiaramente autobiografico per Mogol, che nasce su un’intuizione musicale di Battisti che aveva attinto idee per la melodia da una strofa di “Mr. Soul” dei Buffalo Springfield, addolcendone però i toni con l’assolo della chitarra a 12 corde di Massimo Luca che introduce il brano. Alla sua incisione parteciparono anche Tony Cicco alla batteria, Dario Baldan Bembo all’organo Hammond e Mario Lavezzi, Oscar Prudente, Barbara Michielin ai cori, le viole e i violini e Gian Piero Reverberi agli archi.


E’ un brano che racconta il disagio di vivere di un ragazzino di ieri mescolato con le sue difficoltà esistenziali dell’oggi, un viaggio composto da tanti suggestivi flashback (il carretto che vendeva gelati, i soldi che non bastavano per arrivare a fine mese, il vestito a fiori della mamma, i ragazzi che vendevano libri all’uscita di scuola…) e che contiene una dichiarazione d’amore intensa e una  richiesta d’aiuto struggente da parte di un uomo alle prese coi suoi pensieri, le sue dolcissime malinconie e i giochi della sua mente. Che anno è, che giorno è? Lucio questo è ancora il tempo di vivere con te e la tua musica. Auguri ovunque tu sia.


 


 


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