Nino Benvenuti, 80 anni di un mito

E' stato tra i più grandi della boxe. Tenne l’Italia sveglia per la sua impresa a New York. Un’icona degli anni 60. Epici i match con Griffith e Monzon. E con Mazzinghi è ancora sfida

Nino Benvenuti, 80 anni oggi

Nino Benvenuti, 80 anni oggi

Francesco Troncarelli 26 aprile 2018

Ha portato a spalla il feretro di chi lo aveva battuto spingendolo così a ritirarsi, Carlos Monzon, l’indio dal pugno proibito, ha accompagnato gli ultimi anni di miseria e malattia del’avversario con cui aveva dato vita a incontri entrati nella storia, Emile Griffith, il picchiatore nero, ora che compie 80 anni a Nino Benvenuti è rimasto solo di fare pace con Sandro Mazzinghi, il rivale storico che non hai mai accettato di essere stato sconfitto da lui e il suo percorso di gentleman del pugilato sarà definitivamente compiuto.


In realtà Nino Benvenuti un signore del ring lo è sempre stato, elegante nel tirare pugni, molto tecnico, abile nel gioco di gambe e svelto nell’assestare ganci a ripetizione e il suo temuto destro. I numeri della sua carriera che lo ha fatto diventare uno dei pugili più amati dalle folle e apprezzato dagli addetti ai lavori, sono lì a confermarne la bravura e la fama giunta ai giorni nostri: due titoli mondiali, l'oro olimpico ai mitici Giochi di Roma, 120 incontri da dilettante con una sola sconfitta e 90 match da professionista con 82 vittorie e un pari.


Giovanni detto Nino da Isola d’Istria, oggi in Slovenia, triestino d’adozione, è stato uno dei più grandi pugilatori della storia della boxe, il più completo degli italiani, quello che ha fermato una nazione nel cuore della notte per seguire un suo incontro, quello che faceva incassare agli organizzatori più soldi che per un concerto dei Beatles, quello che con il suo talento e il suo modo di combattere è diventato un’icona dei favolosi Sessanta come Agostini per il motociclismo e Gimondi per il ciclismo.


Una leggenda vivente del ring che a 80 anni ha lo stesso sorriso guascone di sempre e si mantiene in forma facendo passeggiate, footing e aiutando il prossimo (è stato tre mesi in un lebbrosario in India) per ritemprarsi lo spirito e sentirsi bene dentro.


Al contrario del suo omonimo cantato da De Gregori che aveva paura a tirare un calcio di rigore, lui, Nino il triestino dalla faccia pulita e i muscoli in tensione, non ha mai avuto paura di salire sul ring, la boxe era il suo sogno coltivato seguendo i miti concittadini Duilio Loi e Tiberio Mitri nella palestra dove aveva iniziato a tirare pugni, la boxe sarebbe diventata la sua vita, col contorno di gloria e soldi ma anche di dolore e sconfitte.


Il primo grande successo fu l'oro alle Olimpiadi di Roma 1960 nei pesi superwelter e il premio quale miglior pugile dei Giochi ai quali partecipò vincendo l'oro anche Cassius Clay.


Epiche e foriere di infinite polemiche le due sfide con Sandro Mazzinghi. Il 18 giugno 1965 i due si scontrano a San Siro, davanti a 40mila spettatori per il mondiale superwelter. La classe di Nino e l’impeto di Sandro. La scherma contro la clava. L’Italia si divide come per Coppi e Bartali, Rivera e Mazzola. Vince Benvenuti per ko, Mazzinghi protesta. Il successivo 17 dicembre i due si affrontano a Roma, vince il triestino ai punti e anche in questo caso Mazzinghi contesta il verdetto e lo contesterà per sempre.
Benvenuti perderà poi il titolo contro il coreano Ki Soo Kim in un match dal sapore fantozziano nel paese asiatico. Al 14mo round, con lui largamente in vantaggio, il ring viene giù. Il match viene  interrotto per molti minuti, poi riprende e nella sorpresa generale viene decretato vincitore il coreano. Una nuova mazzata per il nostro sport dopo il gol di un altro coreano, ma del Nord, Pak Do Ik ai Mondiali di calcio in Inghilterra, ma almeno quel gol ci fu veramente.
Nei pesi medi, leggendarie le tre sfide di Benvenuti con Emile Griffith per il titolo mondiale dei medi. Benvenuti terrà tutti svegli in Italia per via del fuso orario. La Rai peraltro, per una sorta di tutela non richiesta del sonno dei lavoratori, non trasmise il match in tv, ma solo via radio, credendo così di agirare il problema. E invece tutti si svegliarono alle tre del mattino per accendere i transistor e seguire l’incontro che il 17 aprile del 1967 vide trionfare il nostro pugile al Madison Square Garden di New York.


In Italia si scatena l'entusiasmo. Il 29 settembre Griffith fa sua la rivincita.
Terza sfida, il 4 marzo 1968, l'italiano batte di nuovo un grande Griffith e ritorna campione del mondo dei medi fra l'entusiasmo generale. La carriera travolgente di Benvenuti finisce quando arriva sulla scena l'argentino Carlos Monzon, futuro uxoricida ed ergastolano, una forza della natura alimentata da una povertà indicibile.


Il 7 novembre 1970 a Roma, Monzon vince per ko al 12mo round. Una disfatta che lascia di stucco il pubblico di Nino accorso in massa al Palasport di Roma e che Aurelio Picca ha reso benissimo nella sua drammacità e nell’atmosfera vissuta in quella dannata notte, nel bel libro che ha scritto recentemente “Arsenale di Roma distrutta”-


Rivincita l'8 aprile 1971 a Montecarlo, la superiorità dell'argentino è netta e il manager Bruno Amaduzzi lancia la spugna al terzo round decretando la fine del match. Per Benvenuti è l’ultimo incontro in carriera.
Poi il cinema col compagno di avventure Giuliano Gemma, le copertine dei settimanali nazionalpopolari per le sue vicissitudini familiari e amorose, le ospitate in tv e le telecronache dei grandi match, ora il libro sulle sue esperienze raccontate insieme a Ottavia Fusco, moglie del regista Squitieri che su di lui voleva fare un film, una vita insomma non più sotto le luci dei riflettori per combattere, ma a bordo ring, senza contraccolpi e fughe nello sconforto, ma con tanta intelligenza e saper vivere.


Aveva il mondo in pugno Nino, ora quel pugno è diventato una carezza, ma non a mezzanotte, tutto il giorno tutti i giorni. 


 

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